La solitudine, le amicizie attraverso gli schermi e il bisogno di appartenenza. Cosa ci raccontano le forme più estreme di adescamento online sulla Generazione Alpha?

Nel 2020 avevano tra i 5 e gli 8 anni. Stavano imparando a fare amicizia, a riconoscere le emozioni, a gestire i primi conflitti. Poi, improvvisamente, il mondo si è chiuso. La scuola è diventata uno schermo, i compagni piccoli riquadri sul computer, le feste di compleanno appuntamenti virtuali. Molti meno cortili, pomeriggi insieme, giochi di gruppo. Proprio mentre avrebbero dovuto allenare le capacità relazionali, una parte importante delle loro relazioni tra pari si è trasferita online.

Oggi quei bambini sono adolescenti.

Nell'inchiesta Non c'è nessun messaggio, realizzata con Selvaggia Lucarelli, Serena Mazzini racconta le reti digitali che adescano minori vulnerabili, arrivando a spingerli verso gesti estremi contro se stessi o gli altri. Serena Mazzini parla di una generazione «rotta». Un'immagine durissima. Ma le parole con cui nominiamo le generazioni non sono mai neutre: diventano etichette, e le etichette rischiano di trasformarsi in destini.

Vorrei allora leggere questo fenomeno attraverso la prospettiva generazionale e quella del futuro.

Possiamo davvero parlare di una generazione rotta? O dovremmo domandarci quali condizioni abbiano reso alcuni adolescenti così vulnerabili a chi promette amicizia, riconoscimento e appartenenza?

La generazione del lockdown

Molti dei ragazzi descritti nell'inchiesta appartengono alle prime coorti della Generazione Alpha (2010–2024). Karl Mannheim ci ha insegnato che una generazione non si definisce soltanto per la data di nascita, ma anche attraverso gli eventi storici che ne segnano gli anni formativi. Per questi bambini la pandemia è stata un'esperienza formativa straordinaria. Alcuni hanno concluso le elementari attraverso uno schermo, altri hanno iniziato un nuovo ciclo scolastico senza poter vivere normalmente la classe.

Hanno imparato prestissimo che la vita sociale può stare tutta dentro un dispositivo. Eppure, imparare a stare insieme è molto più complesso.

Si impara quando un amico non ti invita a una festa, quando perdi una partita e devi contenere la rabbia, quando qualcuno non ricambia il tuo affetto. Oppure quando prendi un brutto voto: viverlo da solo davanti a uno schermo è diverso dal confrontarti con i compagni, scoprire che qualcuno è nella tua stessa situazione o trovare conforto in una battuta. Ma si impara anche condividendo una scoperta, facendo pace dopo un litigio, trovando il coraggio di parlare con qualcuno che ti piace.

È nel confronto quotidiano, anche scomodo, che impariamo a riconoscere emozioni, differenze e punti di vista. Sono capacità che si costruiscono esercitandole. Durante la pandemia questo allenamento è stato interrotto o profondamente modificato. Le relazioni digitali hanno mantenuto contatti preziosi, ma non sempre hanno potuto sostituire la complessità della presenza fisica.

Quando l'amicizia diventa una trappola

Un ragazzino di tredici anni trascorre molte ore su Roblox. Durante una partita qualcuno lo avvicina. Giocano insieme, si scambiano messaggi, condividono interessi. L'altro sembra un coetaneo, lo cerca ogni giorno, magari gli regala oggetti virtuali. Finalmente qualcuno con cui parlare.

Poi arriva l'invito a spostarsi su Discord o Telegram, dove si ritrovano altri ragazzi. All'inizio sembra un gruppo di amici. Poi arrivano le richieste: condividere un segreto, inviare una fotografia, partecipare a una sfida, dimostrare fedeltà. Se rifiuta, rischia l'esclusione. Se accetta, riceve approvazione e nuove richieste. Nelle reti criminali documentate dalle indagini, questa escalation può arrivare al ricatto, all'autolesionismo e alla violenza contro altre persone.

Il passaggio più inquietante non è soltanto la violenza finale. È il percorso attraverso cui il bisogno di essere accettati viene trasformato in obbedienza.

Sono situazioni estreme, non rappresentative dell'esperienza ordinaria sulle piattaforme. Ma mostrano come una fragilità relazionale possa diventare uno strumento di potere e controllo.

Come può un adolescente arrivare a considerare una richiesta pericolosa il prezzo da pagare per non perdere i propri amici?

Sempre connessi, ma soli

L'adolescenza, gli adulti lo sanno, è l'età in cui il gruppo assume un'importanza straordinaria. Il giudizio dei coetanei conta, il rifiuto ferisce, l'esclusione può sembrare insopportabile. Non è una novità generazionale. La novità è che oggi questi processi si sviluppano anche in ambienti digitali progettati per mantenere attive le interazioni e rendere visibili le conferme sociali.

Una conversazione che prosegue per cento giorni consecutivi diventa un risultato da mostrare. Essere presenti in molte chat può sembrare una misura della propria popolarità. Un adolescente può trascorrere intere serate parlando con decine di persone e non avere nessuno con cui condividere una difficoltà a scuola. Quando una chat diventa l'unico luogo in cui ci si sente riconosciuti, la paura di perderla può diventare enorme. E chi vuole manipolare un adolescente può sfruttare proprio quella paura.

Non rotti, ma lasciati soli

Ecco perché preferisco non parlare di generazione «rotta».

Rotto è qualcosa che ha smesso di funzionare per un difetto proprio. Questi ragazzi, invece, sono cresciuti in contesti segnati da isolamento, riduzione degli spazi fisici di incontro e adulti spesso disorientati davanti a mondi digitali che conoscono poco. Questo non significa che tutti gli Alpha siano soli o fragili, né che la pandemia sia la causa diretta dei comportamenti estremi documentati nelle inchieste.

Tuttavia, una parte di questa generazione ha attraversato un passaggio delicato della crescita in condizioni molto diverse da quelle delle generazioni precedenti. Abbiamo misurato i ritardi negli apprendimenti scolastici. Molto meno ciò che può essere mancato nell'apprendimento delle relazioni.

E oggi, mentre gli adolescenti si muovono tra giochi, piattaforme e chat private, molti adulti conoscono soltanto una piccola parte degli ambienti che frequentano, è un divario generazionale che non riguarda soltanto la tecnologia, ma i luoghi in cui si costruiscono amicizie, identità e appartenenze.

Una responsabilità di tutte le generazioni

La risposta più immediata è chiedere più controlli e limitare l'accesso alle piattaforme, che hanno responsabilità precise nella protezione dei minori e nella circolazione di contenuti violenti. Ma non basta.

Non possiamo chiedere di riconoscere le relazioni pericolose senza offrire occasioni per costruire relazioni significative.

Nel libro Il secolo delle generazioni parlo di capitale multigenerazionale: il valore che possiamo generare quando persone di età diverse condividono conoscenze, esperienze e responsabilità. Questa inchiesta ne mostra il rovescio: quando l'incontro e il dialogo tra generazioni si indeboliscono, alcuni giovani rischiano di restare soli proprio nei momenti in cui avrebbero più bisogno di confronto e accompagnamento.

È una responsabilità che va oltre famiglie e scuola. Riguarda istituzioni, comunità e organizzazioni, che possono contribuire a creare spazi di incontro, sostenere i genitori nella comprensione degli ambienti digitali e promuovere esperienze di collaborazione tra generazioni. Non servono soltanto adulti che controllino, ma adulti che sappiano intercettare i segnali, ascoltare. E luoghi in cui i ragazzi possano sperimentare autonomia, amicizie, conflitti e appartenenza senza dover dimostrare continuamente di meritarla.

Tra pochi anni i bambini del lockdown entreranno nelle università e nel mondo del lavoro, portando con sé ciò che hanno vissuto. La domanda non è se questa generazione sia «rotta», ma quanto spazio siamo disposti a restituirle per imparare a stare insieme, e quanto siamo pronti a imparare noi a stare con lei.

 

Isabella Pierantoni


Per i genitori: conoscere gli ambienti digitali e riconoscere i segnali

Non tutte le piattaforme sono pericolose in sé. Il rischio nasce soprattutto dalle persone, dai gruppi e dai meccanismi di manipolazione che possono operare al loro interno. Qualche suggerimento di base, e un invito a confrontarsi colto dall'articolo e da altre fonti di informazione.

Quali piattaforme conoscere?

  • Roblox e Minecraft: ambienti di gioco e socializzazione dove i minori possono essere avvicinati da sconosciuti che si presentano come coetanei.
  • TikTok: social in cui contenuti, hashtag e messaggi possono facilitare l'incontro con comunità che promuovono comportamenti estremi.
  • Discord: piattaforma di comunità e chat vocali o testuali. Alcuni server privati possono essere utilizzati per spostare le conversazioni lontano dagli ambienti iniziali.
  • Telegram: app di messaggistica con gruppi e canali, talvolta utilizzati per diffondere contenuti violenti, minacciare e ricattare.
  • WhatsApp, Reddit e X: ambienti differenti, nei quali possono avvenire contatti, circolazione di contenuti o inviti verso altri gruppi.

Restare aggiornati sul tema confrontandosi con altri adulti e informandosi su canali autorevoli.

Quali nomi possono essere segnali d'allarme?

Le autorità hanno documentato reti criminali identificate con sigle come 764 e NLM (No Lives Matter), collegate a forme estreme di sfruttamento e violenza. Non sono app, ma nomi utilizzati da gruppi e sottoculture online. I nomi cambiano frequentemente: riconoscere i comportamenti conta più che memorizzare le sigle.

Quali cambiamenti osservare?

Isolamento improvviso, cambio veloce giro di amici o conoscenze, uso notturno compulsivo dei dispositivi, paura di perdere un'amicizia online, regali virtuali o fisici da sconosciuti, cambiamenti marcati nel sonno o nell'alimentazione, ferite inspiegabili o richieste di mantenere segreti possono richiedere attenzione. Nessun singolo segnale dimostra un adescamento: è importante considerarne il contesto.

Che cosa fare?

Parlare con loro delle persone che incontrano online, conoscere e applicare insieme le impostazioni di privacy e sicurezza e spiegare che nessuna amicizia richiede fotografie intime, autolesionismo o prove di fedeltà. Se emerge un ricatto, ascoltare senza colpevolizzare, evitare di soddisfare le richieste, conservare messaggi e identificativi utili come prova e rivolgersi alla Polizia Postale. Non inoltrare né diffondere immagini intime di minori. Se c'è un pericolo immediato, chiamare il 112.

Soprattutto, fare in modo che i ragazzi sappiano di poter chiedere aiuto senza temere di perdere automaticamente ogni contatto con il proprio mondo sociale.

La protezione comincia dalla fiducia, non soltanto dal controllo.

I. Pierantoni, ottobre 2026

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