Europa-Italia: generazioni a confronto

Ma quanti sono davvero i Millennials e la Z Generation in Italia? E’ importante saperlo?

Facciamo chiarezza: in Italia i Millennials (25-39 anni) e i ragazzi della Z Gen (10-24 anni) sono meno che in tutti i paesi europei.

Da poco sono usciti i dati Istat e Eurostat aggiornati al 2° trimestre 2019. Mi sono presa la briga di aggregarli* in base alle nazioni più numerose (ho lasciato da parte il Regno Unito al momento) e di metterli a confronto con i paesi europei più grandi.

Su questo aspetto siamo ultimi in Europa, anche davanti alla Germania – che pure è piuttosto vecchiotta – la quale ha più Millennials e Z Gen di noi. Lo scarto può sembrare minimo ma in un continente già vecchio anche l’1 o 2% possono significare qualcosa.

In Italia quando si parla di generazioni si parla quasi sempre di Millennials o, di recente, della Z Gen se non altro perché oggetto di studi di mercato e quindi interessanti come nuovo target economico.

Comparare le generazioni tra paesi aiuta a cogliere energie, orientamenti e futuri di una nazione.

Scendendo più nello specifico si rileva come in Italia i bambini da 0 a 9 anni (Alpha Gen) sono oggi il 3% in meno dei più grandi over 75. Per dirla in modo più comprensibile oggi in Italia abbiamo più over 65 che under 20. A parte la Germania, in tutte le altre nazioni europee la situazione è molto diversa.

La quota ‘giovane’ nelle politiche demografiche nazionali non è solo un numero ma esprime anche la capacità di rinnovamento ed evoluzione di una cultura interna che ormai ha caratteristiche globali molto diverse da quelle delle generazioni precedenti.

Un paese trova nell’energia e nei desideri da realizzare delle generazioni più giovani la forza per attuare i cambiamenti e le trasformazioni necessarie per evolvere e prosperare, ma se i giovani sono pochi si restringe anche l’orizzonte di futuri possibili da costruire.

Ad oggi, senza un adeguato ricambio generazionale, sono i più adulti – gli anziani o i maturi in Europa – a scegliere per i giovani, non solo nel Regno Unito (ne abbiamo già parlato qui), per i quali la necessità di sicurezza sociale, finanziaria ed economica insieme alla tutela di privilegi e diritti acquisiti in un passato oggi non più sostenibile, sono elementi determinanti per scelte e decisioni volte a proteggere il proprio orizzonte di futuro nel breve termine.

Il modo di guardare al futuro cambia profondamente a seconda dell’età e della fase di vita.

Il 2030 o 2040 sarà abitato da chi oggi, nel continente europeo, non ha adeguata rappresentazione numerica. Noi stessi oggi viviamo in un futuro immaginato, scelto e deciso da altri, venuti prima di noi.

  • Cosa serve per far crescere un paese?
  • Un paese in cui i giovani sono pochi, quali politiche e prospettive di futuro possono essere, concretamente e realisticamente, realizzabili?
  • Chi le metterà in campo?
  • E a favore di chi? Come?

Politiche per la natalità: quali in campo e dove?

Si comincia a pensare a progetti politici di natalità collegati a premi economici, come del resto ha già fatto la Russia nel 2017. Bisogna anche dire che diverse analisi stanno evidenziando come anche a fronte di contributi economici le giovani russe non abbiano aderito così tanto come ci si aspettava, anzi. Le domande sul poco successo di questo approccio sono tante, a cominciare dal fatto che le donne oggi vogliono poter decidere in autonomia se e quando mettere al mondo un bambino.

Lo stesso Orban, in Ungheria, ha lanciato a febbraio 2019 un piano di ripopolamento piuttosto curioso, si fa per dire, legato anche al rilancio dell’edilizia,  i cui punti principali sono i seguenti:

  1. Esenzione a vita dalla tassa sui redditi per tutte le donne che partoriscano e si prendano cura di almeno 4 figli;
  2. Prestito a interessi ridotti di 31.500€ per le donne under-40 che si sposano per la prima volta; un terzo del debito verrà estinto alla nascita del secondo figlio, gli interessi verranno cancellati alla nascita del terzogenito;
  3. Un programma di prestiti per famiglie con almeno due bambini per permettere loro di comprare casa;
  4. Dopo la nascita del secondogenito, il governo assegnerà 3.150€ come aiuto per il mutuo e, dopo il terzo bambino, 12.580€. Ogni nuovo arrivato in famiglia permetterà alla famiglia di ricevere un assegno di oltre 3mila euro;
  5. Congedo parentale per i nonni fino al terzo compleanno dei nipoti;
  6. Espansione della rete di asili pubblici con la creazione di 21 mila nuovi posti entro il 2022;
  7. Un sussidio di 7.862€ per l’acquisto di una macchina da sette posti per le famiglie numerose;

E’ piuttosto ‘particolare’ il provvedimento di Orban che prevede l’esenzione a vita della donna con almeno 4 figli dalla tassa sul reddito, così come la costruzione di quartieri destinati a famiglie numerose in cui le donne si occupano della casa e dei figli.

In Italia un progetto recente è stato presentato in Provincia Autonoma di Trento in cui si propongono prestiti alle famiglie da riscattare o annullare del tutto a seconda del numero di figli messi in cantiere in 5 anni.


Il punto fondamentale di questi progetti è che non basta fornire sussidi economici per ampliare la popolazione di un paese, spesso solo sulle spalle del genere femminile, occorre una visione di realizzazione e di senso che oggi i governanti non riescono ad avere, o quantomeno, a proporre.


Le nazioni europee economicamente solide e in crescita, ad esempio il modello nord europeo, non chiedono alle donne di ‘fare figli’ ma invece forniscono supporti territoriali, sanitari e professionali con modelli organizzativi flessibili utili a gestire la famiglia: dagli asili nido alle tate di quartiere e soprattutto gli stipendi sono uguali per uomo e donna. E, non da ultimo, allargano l’accoglienza a cittadini stranieri.


E’ dalle basi di uguaglianza economica e culturale, a prescindere dal sesso, che possono nascere progetti e visioni di realizzazione personale e anche famigliare di crescita e sviluppo, solo dopo o al massimo insieme, arriva, se arriva, la voglia di riprodursi e/o allargare la famiglia.


Fino a quando le proposte politiche proporranno modelli di mantenimento di uno status-quo tipico del secolo scorso – degli anni ’50 per essere precisi, in cui le prime giovani donne Boomer, entravano si nel mondo del lavoro, ma con una paga base inferiore a quella maschile e con lettere di dimissioni già firmate in caso di matrimonio  – sarà difficile immaginare una crescita e un progresso umano uguale per tutti e a prova di natalità nazionale.

Sui cambiamenti in corso in merito a nuovi lavori e rischi/opportunità in un’economia per over 60 – questo si uguale per tutti – basta aspettare la prossima newsletter di Generation Mover™ a fine anno.

Isabella Pierantoni

*Fonte Eurostat, settembre 2019

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One Comment on “Europa-Italia: generazioni a confronto”

  1. Davide

    Siamo diventati una società “Avara”. La rappresentazione dell’avaro è una persona vecchia e, spesso, infelice. Rappresentazione calzante, a mio modo di vedere, della nostra società, prevalentemente composta (60%) da persone con più di 40 anni. Avaro e Società occidentale moderna esprimono caratteristiche simili: avidità di denaro, di potere, costante ricerca della felicità attraverso il possesso di beni materiali e paura della morte. Sono elementi sufficienti per chiudersi rispetto all’esterno sconosciuto?

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