"Le grandi dimissioni": se i dipendenti non vogliono tornare al lavoro

«Great Resignation» è il termine che ha usato Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas, per raccontare quello che sta succedendo soprattutto negli Stati Uniti con un record di dimissioni registrate a marzo 2021.

Il video ‘Adults returning to work’ – anche se è in inglese, si capisce benissimo – sta circolando dal 10 settembre -, scovato da @Mattia Rossi, è interessante da vedere. Anche l’Italia ha i suoi problemi su questo fronte.

Sono quasi 500 mila le persone che si sono dimesse in Italia, secondo i dati di fine settembre 2021, e non sono quelli che vanno in pensione.

Molti dei nostri clienti, ormai da tempo, si trovano in difficoltà, non solo per il reclutamento di nuove figure professionali junior e senior ma anche nella gestione dei dipendenti di lungo corso, i più adulti della generazione X per intenderci, ma il problema riguarda anche i millennials, sia per reclutarli che per trattenerli.

Settori interessati: soprattutto nel privato relativamente a lavori nel settore tecnologico, informatico o nei servizi, sempre di più i dipendenti chiedono di mantenere una parte della settimana in lavoro da remoto.

Una richiesta trasversale a tutte le fasce d’età ma con un picco tra i 30 e i 50 anni, come sempre più ricerche evidenziano. Esattamente la fascia d’età che traina la produttività del paese e che si trova ad avere più impegni nella carriera o nella gestione della vita personale e famigliare.

Del resto quasi due anni di sperimentazione di un altro modo di lavorare non sono proprio niente nella testa e nei comportamenti delle persone.

Il caso GM: a fine febbraio 2019, appena prima del grande lockdown, chiudevamo un percorso in presenza con alcuni clienti in cui la richiesta di comunicare virtualmente, da parte di giovani millennials in un’organizzazione parastatale, veniva clamorosamente bocciata dai più adulti. Esattamente gli stessi adulti che dopo il Covid-19, circa due anni dopo, chiedono di poter avere più smartworking. Un caso diffuso ormai, che evidenzia come i comportamenti, anche se per motivi di necessità, possono cambiare un certo modo di pensare e sentire.

Allo stesso modo, diverse multinazionali nel nostro radar, così come aziende italiane, stanno cercando velocemente e faticosamente di rivedere i contratti di lavoro – in assenza di normative aggiornate – per rispondere a richieste specifiche e sempre più numerose, di candidati da assumere che non prendono in considerazione offerte di lavoro senza parti di lavoro in remoto, ovviamente quando possibile relativamente alla mansione da svolgere.

Le aziende devono affrontare velocemente le conseguenze irreversibili della pandemia e, quindi:

  • le persone in questi due anni hanno cambiato prospettiva e rivisto i propri valori guida, le ambizioni da realizzare e come perseguirle.
  • Rivalutare come trattenere e motivare i propri collaboratori.
  • Variare l’organizzazione del lavoro perché indietro non si torna.
  • Smettere di gestire con la sola leva economica, in caso non fosse chiaro, le generazioni più giovani sono cresciute con la consapevolezza che un solo lavoro non dura a lungo.

Il punto chiave in questo mondo multi-generazionale è che i lavoratori di oggi non solo hanno la possibilità di svolgere fino a 6 lavori durante tutto l’arco della loro vita professionale, ma nella realtà già adesso, le generazioni più giovani svolgono più lavori contemporaneamente. 

Se poi un ministro, alle soglie della ripresa, decreta il rientro in presenza entro fine ottobre  nella PA italiana le conseguenze potrebbero essere rilevanti, soprattutto in un settore  in cui gli over 55 sono tanti, c’è un problema di produttività e trasferimento di competenze, il reclutamento non funziona da più di un decennio e l’attrattività – per le generazioni più giovani – è quasi inesistente.


Qualche citazione da parte di chi ha deciso di cambiare presi da articoli diversi:

«La pandemia ha dato a tutti più di un anno per riesaminare vite e priorità – ha scritto Forbes -. Molti lavori e carriere che erano abbastanza buoni prima del Covid, oggi non lo sono più».

Dopo l’esperienza della pandemia: “Ora non voglio più fare a gara per dimostrare quanto sia disposta a sacrificarmi per essere un’avvocata d’affari».

E ancora: «Mi sono licenziata al rientro del primo lockdown, ho vissuto mesi di crisi senza soldi e senza identità ma ora ho finalmente un lavoro più gratificante».

«Ho cercato qualcosa di meglio e ce l’ho fatta, oggi sono più felice».

«Vorrei cambiare, la consulenza è la nuova schiavitù».

«Ho cambiato lavoro per sfuggire a un capo negazionista e presenzialista».

 

Isabella Pierantoni

 

________________________________________________________________________________________

*Se ti è piaciuto il post aiutaci a condividerlo

________________________________________________________________________________________

Per capire meglio i tempi che corrono, scopri la leva demografico-generazionale e i Futures Studies, affronterai meglio il presente e potrai prepararti in anticipo ai futuri in arrivo, se non sei ancora iscritto alla ns newsletter mensile richiedila qui.

Lo sapevi che il nostro Blog suddivide gli articoli per generazione? Cerca la tua e scopri di più.

Impara a guardare lontano con le CPF – Futures Literacy Lab di Generation Mover™ condotte insieme ai maggiori esperti nazionali sui Futures Studies: IIF-Italian Institute for the Future e Skopìa 

Seguici su:

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *