La svolta danese sulla scuola digitale: dalla solitudine tech alla fragilità relazionale dei giovani che arrivano nel mondo del lavoro

Che adulti stiamo crescendo quando sostituiamo le relazioni con gli schermi?

E’ una domanda che riguarda direttamentei giovani Gen Z e Alpha Gen: i primi sono già entrati, o stanno entrando nel mondo del lavoro, i secondi inizieranno a farlo entro i prossimi 3 anni.

La notizia che arriva dalla Danimarca, primo Paese europeo ad adottare in modo sistemico dal 2012 i tablet a scuola, è un segnale culturale forte: dopo oltre dieci anni di didattica fortemente digitalizzata, la scuola danese decide di fare un passo indietro: meno tablet, meno smartphone, più libri, quaderni, matite, penne e temperini. Computer sì, ma sotto controllo dei docenti e per compiti specifici. Social network vietati sotto i 15 anni, smartphone fuori dalle aule.

È una scelta di responsabilità politica e culturale, non una crociata contro il digitale, peraltro i paesi nordici sono sempre stati attenti allo sviluppo culturale dei giovani, non è un caso ad esempio che la Svezia, e a seguire gli altri paesi abbiano introdotto il coaching come strumento di tuoting per gli insegnanti nei primi anni del secolo. È una scelta basata su evidenze scientifiche e – soprattutto – sull’osservazione degli effetti generazionali relativi a una crescita giovanile immersa nella tecnologia ma povera di relazioni umane profonde. Una questione centrale per chi, come me, lavora da anni sulle generazioni e sul futuro.

Crescere nella “solitudine tech”

Z Gen e Alpha sono le prime generazioni ad aver vissuto l’infanzia e l’adolescenza con uno schermo sempre presente: a scuola, a casa, nel tempo libero. Se sommiamo didattica digitale, compiti online e social media, emerge un dato semplice ma dirompente:

per gran parte del tempo dei ragazzi, l’interlocutore non è una persona, ma un device.

Questa esposizione continua, accentuata nel periodo pandemico 2019-2021, non ha prodotto maggiore capacità relazionale o competenze sociali avanzate. Al contrario, i dati e le ricerche rilevano evidenze ricorrenti:

  • difficoltà nelle relazioni interpersonali
  • maggiore fragilità emotiva
  • aumento di ansia e frustrazione
  • ridotta tolleranza al conflitto e alla gestione di eventi negativi
  • fatica nella gestione delle dinamiche di gruppo

Sono dinamiche che, negli anni, abbiamo esplorato in diversi articoli del Blog GM, ad esempio in  Generazione Alpha come “beta tester del mondo che verrà”, o in altri su come saranno gli adulti di domani, sottolineando quanto il crescere in ambienti iper-mediati possa incidere sulla capacità di stare nelle relazioni reali, una capacità che si sviluppa allenandosi proprio nelle prime interazioni sociali a scuola.

La “solitudine di gruppo”: insieme ma isolati

L’articolo usa un’espressione nota: solitudine di gruppo. È ciò che accade quando siamo fisicamente insieme, ma cognitivamente ed emotivamente separati, ciascuno chiuso nel proprio schermo, al ristorante, in famiglia, in vacanza, negli open space aziendali, nei meeting su Teams, nei contesti di lavoro iperconnessi

Tuttavia, quando succede in classe, nell’età in cui si vorrebbe avere amici, essere popolari ma non ci sono ancora le risorse personali, l’autostima, la fiducia che si sperimentano e allenano proprio in questa fase di vita, il rischio è di indebolire la capacità di intelligenza emotiva e sociale. Non è solo un problema educativo, ma anche un problema di futuro generazionale, lavorativo e per conseguenza organizzativo.

Dalla scuola al lavoro: la fragilità che ci segue

La fragilità relazionale che nasce nella scuola non resta confinata lì, arriva nelle università, nei contesti di lavoro, nelle organizzazioni. Gen Z e Alpha entrano oggi nel mondo del lavoro con:

  • ottime competenze digitali
  • grande sensibilità valoriale
  • ma una evidente fatica nel gestire feedback, conflitti, frustrazione, relazioni complesse.

Non sono “deboli” oppure “disinteressati o sfaticati”, il punto dirimente è che sono cresciuti in contesti che hanno ridotto l’allenamento relazionale, privilegiando interazioni mediate, asincrone, filtrate.

Tecnologia sì, ma come strumento (non come ambiente totale): La scelta danese non demonizza il digitale e, soprattutto, non veicola il messaggio “torniamo al passato”, ma invece: smettiamo di delegare alla tecnologia ciò che è profondamente umano.


La tecnologia funziona quando: supporta l’apprendimento – abilita competenze tecniche e strumentali – amplifica possibilità. Diventa problematica quando: sostituisce la relazione – riduce il confronto – anestetizza il disagio invece di insegnare a gestirlo. È lo stesso approccio “non binario” parte del lavoro di Generation Mover™ : il futuro non è tech vs umano, ma tech as Human Service.


La vera domanda sul futuro, resta dunque quella iniziale: che tipo di adulti stiamo formando?

Se vogliamo generazioni capaci di lavorare insieme, stare nel conflitto, costruire fiducia, affrontare l’incertezza, allora dobbiamo ripensare radicalmente il rapporto tra tecnologia, educazione e relazione. Non si tratta di eliminare la tecnologia, peraltro ormai quasi impossibile da fare a diversi livelli, ma di riprendere il controllo attraverso più consapevolezza, più intenzionalità, più allenamento umano.

Si comincia a scuola ma l’impatto è già sul lavoro di oggi e di domani.

 

I. Pierantoni, gennaio 2026

 


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