Se questo è lavorare

Questa pandemia ha fatto emergere in modo ormai massivo e negativo, senza più scuse, l’arretratezza del nostro paese sul tema lavoro e carriera al femminile. Per questo ne parliamo.

La notizia è di poco tempo fa: su 101 mila posti di lavoro persi a dicembre 2020, 99 mila riguardano le donne. Si, 99 mila, non è un errore, molte di queste hanno tra i 25 e 50 anni. Donne millennials e X Gen.

E se allarghiamo un pochino l’orizzonte, il 2020 ha segnato -312 mila posti di lavoro per le donne, non succede solo da noi ma un po’ in tutto il mondo, negli Stati Uniti hanno cominciato a chiamarla shecession 

Da sempre le donne sono in cima alla lista delle persone penalizzate sul posto di lavoro: si dimostrano caparbie, creative, adattive, capaci di reinventarsi più volte nella loro carriera lavorativa, ma non basta mai.

Perché il lavoro femminile resta il più colpito, anche dal Coronavirus?

Secondo un recente articolo del Corriere della Sera le cause sono complesse e molteplici ma, messe tutte insieme e guardate da una certa distanza dimostrano che la motivazione profonda è anche la più semplice: le donne occupano buona parte dei posti di lavoro nei settori che hanno risentito maggiormente dello stallo dell’economia e delle chiusure forzate atte a contenere il diffondersi del contagio (contrariamente al 2008, dove il settore che aveva risentito maggiormente della crisi era stato quello dell’industria, da sempre settore di maggior occupazione maschile).

Ecco nello specifico:

  • le commesse: i negozi chiusi per mesi, lo stallo dell’economia, sempre meno soldi nelle tasche delle famiglie italiane e l’aumento della propensione al risparmio hanno creato un mix letale per questo settore lavorativo. Chi è assunto a tempo indeterminato si ritrova in cassa-integrazione, chi con un contratto a termine licenziato. Fanno eccezione le dipendenti dell’alimentare, dai supermercati al negozio di prossimità.
  • Addette al settore fieristico: ora, ricordate l’ultima volta che siete stati ad una fiera? Io ho scavato nella memoria ed era il 2019. Pare che il prossimo evento in presenza sia previsto per questo autunno, il che vuol dire che ci sono almeno altri 7 mesi di disoccupazione garantita che si vanno a sommare ai 12 passati, anche perché spesso i contratti in questo settore sono a termine.
  • Addette alla ristorazione e bariste: i numeri della crisi della ristorazione non sono certi, ma di fatto la cosa è sotto agli occhi di tutti, bar e ristoranti che non ce l’hanno fatta, o non ce la faranno a sopravvivere alle chiusure prolungate ce ne sono tantissimi, e quelli che resistono hanno limitato di molto il personale che, ancora  una volta, è prevalentemente femminile.
  • Formatrici e addette al recruiting: la formazione è in stallo, le nuove ricerche e assunzioni anche.
  • Addette alle mense: se – per fortuna – le scuole primarie sono ripartite a settembre (seppur con un andamento a singhiozzo), non si può dire altrettanto di quelle aziendali, visto che, da quasi 12 mesi, gran parte dei dipendenti delle grandi e medie aziende sono in smart working e, ahimè, il passaggio allo smart-working (seppure necessario e strategico per il nostro paese e la crescita professionale di lavoratori e capi), per molte realtà del settore terziario tenderà a restare, quindi immaginare la fine di questa crisi di settore è davvero difficile
  • Guide e animatrici turistiche, hostess: torneremo mai a viaggiare? Ebbene, non sono solo i travel-aholic a chiederselo, ma anche tutte le persone che lavorano nell’ambito dei viaggi e del turismo legati e che, soprattutto, erano assunte con contratti flessibili.
  • Colf e badanti: ebbene si, anche il lavoro che pareva non conoscere crisi, alla fine ha risentito della stretta al portafoglio che ha coinvolto buona parte degli italiani.
  • Addette dell’industria tessile-abbigliamento: seguendo il filo della crisi al contrario, alle spalle dei negozi di abbigliamento si trova l’industria del tessile e dell’abbigliamento, uno dei settori più in crisi. Buona parte del personale è assunto a tempo indeterminato e, al momento, sono tutte in cassaintegrazione, purtroppo si prevede un licenziamento in massa appena si potrà, a causa del calo delle vendite.
  • Diminuzione dell’imprenditoria: la libera professione – da sempre – è nota per la sua flessibilità. E la flessibilità è nota per essere una caratteristica che piace alle lavoratrici di sesso femminile, le quali riescono così ad avere una più facile gestione del tempo da dedicare al lavoro e alla famiglia (inutile che vi dica che questo porta ad un inevitabile sovraccarico, vero?). La brutta notizia però è che a causa del blocco di numerosissime attività, secondo i dati Unioncamere, nel secondo trimestre 2020 il numero di nuove imprese femminili è crollato del 42,3%, con un ulteriore -4,8% nel terzo trimestre 2020. La diminuzione però non è legata solo ai consumi, ma anche all’aumento dei carichi di lavoro in famiglia, che ha spinto molte imprenditrici ad appendere al chiodo la propria identità lavorativa in favore della famiglia. Torniamo sempre qui, in tempi di crisi, a rimetterci per prime sono le donne.
  • Addette alle pulizie: di pari passo alle addette al servizio di ristorazione, chi lavora nel campo delle pulizie si è trovato senza lavoro: nessun ufficio da pulire, cinema, teatro, scuola o museo. E, ancora una volta, qui il tasso di occupazione è prevalentemente femminile.

Da questo elenco si evincono, tra le altre, quattro cose importanti sul lavoro delle donne:

  1. in Italia la maggioranza delle donne è occupata in figure professionali di livello medio-basso, a causa di ciò la discussione assume uno spessore culturale ed economico di ampio spettro, con ricadute sociali e finanziarie massicce di cui, finalmente, si prende coscienza,
  2. sono le più fragili dal punto di vista contrattuale, avendo spesso contratti a tempo determinato,
  3. sono le più penalizzate in fatto di smart-working, poichè la condivisione dello spazio di lavoro con i bambini piccoli o la didattica integrata ricade su di loro in massima parte,
  4. aumenta il carico di lavoro domestico a causa della dilatazione del tempo lavorativo dovuta a cura di famiglia, figli e, spesso, partner.

Emerge, ancora una volta, la mancanza di infrastrutture (gli asili) e i sussidi ( i bonus nido) a sostegno della famiglia. Secondo quanto riportato da Cristina Freguja, direttrice Istat delle statistiche sociali e del welfare,

nel 2019, prima ancora che la pandemia dispiegasse i propri effetti, nella fascia tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione delle donne senza figli era del 71,9 per cento. Ma con un figlio in età prescolare scendeva già al 53,4 per cento.

Annosa e ancora più imprescindibile la questione del gender pay gap: se la differenza salariale all’interno di una famiglia è elevata, le prime a rinunciare al proprio lavoro sono le donne, limitando la propria di emancipazione dal lavoro di cura e dagli obblighi familiari.

Le colpe?

Difficile dirlo, ma sicuramente vanno cercate quando ancora non si è in età lavorativa, e su questo le donne italiane hanno ancora molto da fare:

  • in Italia solo il 22,4% delle donne è laureata, contro il 40,6% della Francia o addirittura il 41,3% della Spagna.
  • Stesso discorso per quello che riguarda la formazione continua, dove solo un quarto degli studenti è di sesso femminile, il che non pende a loro favore quando c’è da scegliere un candidato durante un colloquio lavorativo.
  • Vogliamo parlare del numero di donne iscritte a facoltà STEM? Qui @Chiara Burberi di Redooc potrebbe dirci molto.

E il futuro?

Beh qui qualche buona notizia l’abbiamo:

  1. la proposta più importante tocca la gestione dei fondi europei e ha come obiettivo quello di realizzare un’uguaglianza di genere nella gestione dei fondi europei attraverso un ministero delle Pari Opportunità con portafoglio, annoverandolo così tra i dicasteri più importanti.
  2. Le altre proposte non sono nuove ma magari questa volta le vedremo realizzate:
    1. sostegno fiscale all’imprenditoria femminile,
    2. introduzione del gender procurement (ovvero la preferenza negli appalti e nelle forniture dello Stato per le imprese rispettose della parità di genere),
    3. voucher per i servizi di cura e assistenza alla persona sull’esempio francese.

 

Francesca Praga

 

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