PMI – Imprese senza eredi: il vero rischio per l’economia italiana

Il silenzio che rischia di svuotare il tessuto produttivo italiano e incidere sul futuro delle imprese e del lavoro.

Quando la demografia entra in azienda gli effetti sono concreti.

Tra questi ce n’è uno che sta avanzando silenziosamente, con una portata che diventerà sempre più ampia: una parte rilevante delle PMI italiane rischia di chiudere nei prossimi anni per assenza di ricambio generazionale.

La questione è strutturale.

L’Italia è uno dei Paesi con l’età media degli imprenditori più elevata in Europa, inoltre a causa del calo demografico si restringe la base della popolazione attiva necessaria a mantenere la stabilità produttiva. La conseguenza è una disconnessione tra imprese – che devono, o potrebbero, essere trasmesse –  e una platea sempre più ridotta (e diversa) di potenziali successori.

Negli ultimi anni molti piccoli e medi imprenditori hanno chiuso le loro attività, l’aspetto rilevante è che questa chiusura non è sempre connessa a criticità economiche, o di mercato, ma a cessazione per età avanzata o pensionamento. Anche quando gli eredi ci sono, non è scontato che vogliano continuare l’attività di famiglia.

PMI OVER70: IMPRENDITORI SEMPRE PIU’ ANZIANI

Secondo Unioncamere (1), la tendenza nazionale all’invecchiamento si riflette anche nell’imprenditoria:

a giugno 2025 oltre 314.000 titolari di imprese individuali hanno più di 70 anni (il 10,7% del totale), in crescita rispetto al 2015, mentre il numero complessivo di imprese diminuisce.

Il fenomeno è particolarmente evidente in alcuni settori: agricoltura (28,3%), fornitura di energia (20,1%) e artigianato manifatturiero (9,6%). Nei comparti più innovativi, come ICT (4,2%) e consulenza (4,9%), l’incidenza è significativamente più bassa.

IMPRESE FAMIGLIARI E PASSAGGI GENERAZIONALI

L’invecchiamento dei titolari riflette una doppia dinamica: da un lato il rallentamento del ricambio generazionale, dall’altro la resistenza – generazionale e culturale – a cedere la guida dell’attività.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel mondo delle imprese familiari, l’ossatura del sistema produttivo italiano. Diversi osservatori, dai rapporti OCSE a ADAPT, evidenziano come la maggioranza delle aziende familiari sia ancora in mano alla prima generazione, con una forte concentrazione di leadership nelle mani dei fondatori.

E’ proprio il passaggio generazionale a rappresentare oggi una delle principali fragilità del sistema, spesso non pianificato e, soprattutto, affrontato troppo tardi.

A questo si aggiunge il calo demografico per cui secondo ISTAT, la riduzione della popolazione nei prossimi decenni inciderà direttamente anche sul bacino imprenditoriale futuro, quindi sulla nascita di nuove imprese o progetti.

Un passaggio che non è più automatico: l’effetto combinato tra demografia e cultura

Il passaggio generazionale è stato un’evoluzione quasi naturale: l’impresa si trasmetteva all’interno della famiglia come continuità di storia, identità e territorio ma oggi questa dinamica si è trasformata anche a seguito della convivenza multigenerazionale. Le nuove generazioni crescono con:

  • livelli di istruzione più elevati, maggiore esposizione internazionale, più alternative professionali locali e globali.

Entrare nell’impresa di famiglia non è più un destino, ma solo una delle tante opzioni possibili.

A questo si aggiunge un fattore decisivo: il disallineamento tra modelli di impresa costruiti nel Novecento e le aspettative multigenerazionali contemporanee di vita e di lavoro.

Molte PMI, fodnate da Early Baby Boomer o Silent, sono nate su logiche di:

  • forte identificazione personale con l’imprenditore // presenza continua // micromanagement // centralità del sacrificio // sviluppo con modelli di business lineari per mercati più stabili.

Le nuove generazioni attribuiscono al lavoro valori diversi:

  • autonomia // fluidità del progetto di business // qualità della vita // possibilità di costruire traiettorie professionali plurali.
Un rischio sistemico, non individuale

Se è vero che nel passaggio generazionale nascono conflitti e frizioni , la criticità è più ampia perché riguarda la sostenibilità nel tempo di un modello economico che oggi non funziona più, non solo per i disordini politici ed economici geoglobali che incidono sui mercati, ma anche per la

trasformazione demografica che sta ridefinendo – e lo farà sempre di più – l’Europa e l’italia nei prossimi anni.

Quando un’impresa chiude per mancanza di successione si perde un’attività economica, ma anche conoscenza accumulata nel tempo, relazioni territoriali, competenze produttive spesso non codificate, le conseguenze sono indebolimento delle filiere, desertificazione imprenditoriale in alcuni territori, riduzione della capacità competitiva complessiva.

Ripensare la continuità per ripensare il futuro del Paese

Per queste ragioni il passaggio generazionale oggi richiede una progettazione anticipata e strategica da avviare con largo anticipo, ad esempio già intorno ai 60 anni, lavorando su più livelli:

innovazione continua, apertura a modelli di governance non esclusivamente familiari, inserimento di management esterno, valorizzazione del capitale multigenerazionale dentro e fuori l’impresa per ridefinire modelli di business trasferibili nel tempo.

Il punto, però, è più ampio.

Il tema delle imprese senza eredi non riguarda solo le singole aziende famigliari ma, in modo più pervasivo, la continuità economica del Paese.

E’ una questione che incide direttamente sulle condizioni economiche delle generazioni che entreranno nel lavoro nei prossimi anni e che contribuirà a rimodellare la forma dell’economia italiana nel prossimo decennio.

 

Isabella Pierantoni, marzo 2026

 

FONTI

  • UNIONCAMERE: In aumento gli imprenditori over 70 alla guida delle micro-imprese italiane

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