Il voto per il referendum in Italia conferma una tendenza in atto da tempo, anche se ancora poco considerata: lo stereotipo secondo cui i giovani non sarebbero interessati alla politica, che ormai non regge più.
È un tema che affrontiamo da anni in Generation Mover (qui il link all’ultimo articolo) ma alla luce del voto referendario del 23-24 marzo è oramai difficile ignorarlo, anche per chi fino ad ora ne ha sottovalutato la portata, magari pensando allo scarso peso politico dei giovani dato i numeri sempre più in calo in Italia.
Se si esce da una lettura superficiale e si analizzano i dati in modo più segmentato è evidente non solo un ritorno alla partecipazione, ma anche una trasformazione. Vediamone tre aspetti:
- Alta partecipazione complessiva al voto
Quasi il 59% degli aventi diritto è andato alle urne e, dato ancora più significativo, oltre un terzo di chi non aveva votato alle elezioni politiche del 2022 e alle Europee del 2024 ha deciso questa volta di partecipare.
Non tutti partecipano allo stesso modo.
Il livello di partecipazione cresce al crescere delle risorse: più alto tra chi ha condizioni socio-economiche più agiate, e quindi stabili, tra chi ha titoli di studio più elevati, tra imprenditori, professionisti e appartenenti al ceto medio. Al contrario, l’astensione si registra prevalentemente tra le fasce sociali più vulnerabili, meno istruite, meno stabili economicamente e minore accesso alle opportunità.
Questi elementi segnalano una situazione strutturale in cui le fasce più deboli della popolazione sono lontane dalla politica che non percepiscono più come uno strumento di reale influenza utile nella vita quotidiana e nella risoluzione dei problemi.
Allo stesso tempo, emerge un altro movimento, fino ad oggi meno visto e raccontato: una parte della popolazione – più esposta, più istruita, più esposta al futuro – mostra una forte volontà di partecipazione. Si apre una frattura generazionale di disuguaglianza sia sociale che cognitiva.
Le generazioni, al loro interno, non sono blocchi compatti: al loro interno si polarizzano in funzione del capitale culturale dell’epoca, che orienta il modo in cui si legge la realtà, l’interpretazione del presente e, soprattutto, la scelta di partecipare.
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La geografia dei territori
Il Sì prevale nei quartieri più ricchi e centrali delle città, mentre il No è dominante appena fuori da questi contesti. Ad esempio, nei quartieri centrali di Milano il Sì raggiunge il 60%, mentre nelle zone appena fuori scende al 40%, evidenziando una netta differenza legata al contesto socioeconomico. Proprio la lettura generazionale-geografica, anche se non la sola, consente di rilevare una differenza di accesso alle opportunità, al futuro e alla valutazione della posizione nel sistema Paese.
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Sorpresa numero 1: percepita solo all’ultimo … la partecipazione dei giovani.
L’analisi per età è particolarmente significativa:
il 67% della Gen Z (18-28 anni) – pari al 13% dei votanti – è andata al voto, e presenta i livelli di astensione più bassi (32,9%) il 58,5% di loro ha votato per il No.
| Gruppo di età | Età | % dei votanti | % No | % Si | % Astensione |
| Gen Z | 18-28 anni | 13% | 58,5% | 41,5% | 32,9% |
| Millennials | 29-44 anni | 21,5% | 54,8% | 45,2% | 47.5% |
| Gen X | 45-60 anni | 29,4% | 51,7% | 48,3% | 43% |
| Boomers e Silent | 61+ | 36% | 52,8% | 47,2% | 40.6% |
La generazione più spesso descritta come apatica, distante, disinteressata è quella che ha partecipato di più, e lo ha fatto nonostante gli ostacoli.
Molti di loro hanno posto con forza il tema del voto da fuorisede, in irca 12 mila hanno trovato soluzioni alternative, candidandosi come scrutatori pur di poter esercitare il diritto di voto. Negli ultimi mesi li abbiamo visti su TikTok, nelle università, con i banchetti nelle piazze delle città impegnati in attività di informazione e fact-checking con la collettività, a prendere posizione, mobilitarsi su temi come la giustizia sociale e i conflitti globali, in cui si sono guadagnati anche un altro nome, quello di Generazione Gaza.
Più che disinteressati sono selettivamente interessati
Quando percepiscono uno spazio di azione reale, partecipano, lo fanno con gli strumenti che trovano disponibili: a volte il voto, a volte la protesta, il filo rosso è uno solo: che sia efficace.
Nel mio libro, riporto una frase semplice ma diretta che ho sentito da loro: “Siamo il futuro, vogliamo il presente”.
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Al crescere dell’età cresce l’astensionismo
Soprattutto tra i Millennials, proprio quella parte della popolazione in piena fase di vita attiva, presi tra famiglia e lavoro, ma è un paradosso solo apparente.
Spesso, chi è più dentro il sistema è anche chi percepisce di avere meno capacità di incidere, riflettendo un disallineamento tra desideri, aspettative e possibilità reali di influenza. Un segnale critico per un Paese in forte degiovanimento demografico, che arriva proprio da chi dovrebbe, invece, essere motore e benzina di crescita e sviluppo.
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Sorpresa numero 2 (o forse no): il genere.
Un ‘altra dimensione spesso sottovalutata, le donne: nelle ricerche internazionali emergono come più progressiste e informate rispetto agli uomini, soprattutto nelle fasce più giovani.
Le donne rappresentano la maggioranza dell’elettorato (51,5%), con uno scarto di circa 3 punti dagli uomini, ma mostrano anche livelli di astensione più elevati. In questo voto esprimono una maggiore propensione per il No, mentre il Sì prevale tra le casalinghe. E’ evidente una frattura interna al mondo femminile, diffusa anche a livello internazionale, che non può essere ignorata e che richiama ancora una volta le variabili di istruzione, occupazione e accesso alle opportunità.
Non tutte le generazioni possono permettersi il privilegio del futuro. Oggi è ancora troppo diseguale.
Il rapporto tra partecipazione politica e futuro è una questione complessa, ricca di angolature, in cui età, fase di vita, genere, opportunità professionali e risorse economiche diventano variabili strutturali, è arrivato il momento di saperle vedere e considerare perché nell’attuale società multigenerazionale determineranno il presente e il futuro delle generazioni di oggi e di domani. .
Nel mio lavoro sul capitale multigenerazionale osservo da anni come la convivenza di più generazioni, oggi fino a otto, produca nuove tensioni, nuove forme di partecipazione e nuove modalità di immaginare il futuro.
Questo referendum ci dice che:
- Non è più scontato per quale idea di futuro si vota. I futuri proposti sono troppo ‘piccoli’ ormai.
- In un mondo globalmente più vecchio, l’immaginario di futuro degli abitanti del XXI secolo è cambiato, anche per chi viene dal secolo scorso.
- La logica dei partiti per le generazioni più giovani è superata, il criterio dell’efficacia, del presente e del futuro, della responsabilità condivisa, della lungimiranza possono e devono essere i nuovi strumenti della politica.
Del resto, non si tratta di gestire le differenze, ma di saperle cogliere, di capire come stanno già cambiando il futuro e trasformarle in valore per tutte e tutti.
Isabella Pierantoni, marzo 2026
Fonti:
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