C’è un test che potete fare in situazioni con persone diverse senza dirlo a nessuno: chiedete qual è il primo oggetto tecnologico che ricorda di aver desiderato davvero.
Non il primo che ha avuto ma quello che ha desiderato. Poi aspettate e contate quanto tempo impiega ciascuno a rispondere, e con quanta esitazione.
Lo faccio spesso, in forme diverse, quando lavoro con i team delle aziende. Ogni volta succede la stessa cosa: chi ha più di cinquant’anni risponde subito, con precisione sconcertante, il modello, l’anno, a volte il prezzo. Chi ne ha meno di trenta esita, perché fatica a isolare un singolo oggetto da un flusso che gli è sempre sembrato disponibile, scontato, senza un prima.
C’è una fatica nell’accedere alla memoria che segnala una differenza temporale nel modo in cui ciascuno ha imparato cosa significa desiderare qualcosa, aspettarlo, ottenerlo.
Questo è il punto che voglio definire meglio, è un elemento nuovo a livello collettivo:
non sono le età a dividerci, sono i modelli mentali con cui ognuno ha imparato a leggere la realtà nel momento in cui si formava. Quel modello, una volta installato, resta operativo per decenni, silenzioso, quasi sempre invisibile a chi lo possiede, eppure attivissimo ogni volta che decidiamo, valutiamo, giudichiamo chi abbiamo davanti.
Provate a pensarci, l’oggetto che avete nominato non vi dice solo qualcosa sul passato ma anche come valutate oggi un rischio, come reagite a un cambiamento improvviso, quanto siete disposti ad aspettare un risultato prima di considerarlo un fallimento. Chi ha imparato ad aspettare settimane per uno sviluppo fotografico ha una soglia di pazienza fisiologicamente diversa, da chi ha imparato che tutto arriva mentre lo desideri ancora.
Nessuna delle due è migliore ma se non lo sappiamo il rischio è quello di scambiare per pigrizia quella che è soglia di attesa, o per impulsività quella che è semplicemente un altro modo di abitare il tempo in cui si nasce e si cresce.
La mappa: dalla persona al team
La cosa più interessante, però, non è quello che questo test rivela su una singola persona ma quello che rivela di un gruppo eterogeneo: un team, una famiglia allargata, un tavolo con generazioni diverse. Il test smette di essere un gioco e diventa una mappa.
Ogni risposta è un punto di osservazione diverso sullo stesso mondo, e messe insieme, quelle risposte, non si annullano: si completano. È esattamente lì che si nasconde quello che chiamo
capitale multigenerazionale: la possibilità reale di combinare prospettive temporali differenti per vedere quello che da soli, con una sola lente, nessuno riuscirebbe a vedere.
Il problema è che quasi nessuno lo riconosce come un capitale. Lo trattiamo come rumore di fondo, uno scarto di comunicazione da gestire: “i giovani non capiscono”, “i senior sono lenti”.
Invece, è l’informazione più preziosa che abbiamo per anticipare come andrà a finire un cambiamento prima che sia già successo.
Quindi questa estate, prima di archiviare la domanda come un gioco, provate a farvi anche un paio di domande scomode:
- quante decisioni avete preso questa settimana, al lavoro, in famiglia, basandovi su un modello di tempo, di rischio, di attesa che non avete mai messo davvero in discussione, solo perché è quello con cui siete cresciuti?
- E se foste seduti accanto a qualcuno che ne ha installato uno diverso, lo sapreste riconoscere?
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I. Pierantoni, luglio 2026
Per approfondire la tua generazione e le altre, capire meglio famiglia, colleghi, genitori e figli: Il secolo delle generazioni. Scoprire il capitale multigenerazionale e anticipare il futuro, Il Mulino, 2026
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